lunedì 5 ottobre 2015


Da te, che conoscevi quella che ero, ho imparato che si può amare e poi smettere e che non e' una colpa. 
E bisogna sempre ringraziare chi ci ha insegnato qualcosa, soprattutto perché penso che da imparare io ho ancora tanto tanto.
E io che torno a parlar d'amore, di pezzi di me.


Da te, che ti sei impegnato ogni venerdì per un inverno intero ad organizzarsi per vedermi, ho imparato che se un uomo vuole: ha costanza. Anche se poi quello che vuole e' decisamente discutibile. 
Da te, che sei arrivato nella mia vita alzando gli occhi una sera d'estate, ho imparato che ci si può innamorare anche di uno sguardo, anche sbagliando su ciò che ci dice.
Da te, che abbiamo passato più tempo a litigare che a volerci davvero, ho imparato che anche gli opposti possono attrarsi e poi cercarsi, accannarsi, incontrarsi e ritrovarsi sempre, rivolersi ancora di nuovo e poi rimandarsi a fanculo.
Da te, che sei arrivato solo per scombussolarmi un po' la vita, ho imparato che c'è chi arriva per insegnarti qualcosa di più e farti vedere quello che poteva essere e non e' stato.

[E chissà quanto ancora ci sarà da imparare: pezzi di me, che mancavano da un po'.]




(photo - weheartit.com)

giovedì 20 agosto 2015

Guida semi-seria alle partenze. [comprese quelle da due giorni l'una]




Tra le cose che dovrei imparare prima dei trent'anni (o anche meglio, prima dei ventinove) sulle partenze:

Il beauty da viaggio non può avere, da solo, le dimensioni di una valigia intera.
Senza scuse. Soprattutto se vai al mare: una crema solare non occupa tutto quello spazio.

Trenitalia non è tua amica: per i ritardi e gli incontri discutibili poco ci si può fare, ma il giacchetto anti-aria condizionata da pinguini è uno degli indispensabili per la sopravvivenza.

Il borsone in tessuto morbido è sì capiente, ma non è la borsa di Eta beta.
E va bene improvvisare, ma riempirlo all'ultimo, in un quarto d'ora, non è cosa buona e giusta.

Tre paia di scarpe non sono indispensabili per una settimana fuori,
Figuriamoci per un weekend.
Ma quelle da corsa lo sono sempre.

Idem come sopra per i costumi.





























Staccare da tutto e tutti rilassa, ti fa abbandonare le sindromi da iperconnessione e reperibilità, ma il caricabatterie sarebbe utile ricordarselo: magari.
Che il telefono scarico quando devi avvertire che sei arrivata in stazione ha poca utilità.



Gli indispensabili, 
dovunque tu vada, 
sono solo:

due shorts, l'intimo di pizzo, lo spazzolino, il mascara, una maglietta a righe che fa subito Saint Tropez, anche se la tua meta è più una spiaggia bianca della Croazia che Saint Tropez. 
E poi il felpone chiaro che ti sta lungo sulle maniche e sta bene con tutto.
E un libro, qualcosa da scrivere. 
Un vestitino svolazzante e scarpe da allacciare per correre via.

Il resto è superfluo.


     




In compenso, 
con la consapevolezza che invece ho sempre almeno un costume a pois in borsa di troppo, 
credo che sulla tecnica dei vestiti piegati in rotolini tipo sushi (occupano meno spazio e vi permettono di non ritrovarveli spiegazzati una volta arrivate a destinazione), 
il mix and match  finto improvvisato che: "ma certo che avevo pensato a casa agli abbinamenti!"
ed il fare la vaga con le cuffiette e l'ipod (scarico), pur di non parlare in treno col vicino invadente di turno,

... potrei tenerci un master alla Sapienza.

Photo: theultralinx.com

Photo: www.sundancebeach.com

mercoledì 8 luglio 2015


Due bicchieri di vino. Anche tre. 
Di quello bianco, freddo, come piace a me.
E poi il lungomare.
Fra le barche ormeggiate, che noi le si guardava già pensando alla poesia di scappare in barca a vela, piuttosto che con un last minute a Fiumicino.
Ed un cantante improvvisato che intona un pezzo di Notre Dame De Paris.

Ecco, io serate così le augurerei a tutte.




Photo credits: oxfordproper.tumblr.com

giovedì 25 giugno 2015

Di abbracci in stazione

Le stazioni hanno per me qualcosa di magico.

Mi parlano di inizi, anche quando stanno accogliendo un ritorno.
Perché quando sto partendo l'eccitazione c'è sempre, a prescindere, per l'inevitabile nuova esperienza e per il mio amore per l'essenza stessa del viaggio; ma anche quando torno dal luogo in cui sono partita, quando scendo dal treno e mi ritrovo in un posto familiare, è comunque un inizio.
Non si torna mai gli stessi da un viaggio, c'è sempre qualcosa di nuovo in noi.
A volte quelli che sono diventati già ricordi felici o nuovi rimpianti, a volte solo la nostalgia di ciò che abbiamo lasciato: i luoghi, le persone.
Ogni cambiamento, ogni nuova nostalgia, possono portare positività, non fosse altro che per reazione, e forse è per questo che quando passo in una stazione, in un aeroporto mi sento addosso quella sensazione di positività.

E se capita di mattina presto o di sera tardi, c'è qualcosa di magico: è quasi tangibile.
E' li': tra chi, fra un borsone e una valigia, e le borse anche quelle sotto gli occhi che iniziano a fare capolino sul viso, una telefonata e un libro per ingannare l'attesa, finalmente biglietti alla mano, arriva e parte.
Fa parte di quella magia, anche immaginare il perché quella ragazza o quel signore elegante arrivino o partano, da dove vengano, chi lasciano, da chi tornino, chi semplicemente aspettano.

Ed è proprio chi aspetta l'arrivo di qualcuno che mi piace di più osservare.
Perché, diciamocelo, quanto è più romantico abbracciarsi in stazione!











Alle partenze. 
E ai ritorni. [Che anche quelli ci vogliono.]
Agli uomini che ti dicono: "Io parto" 
e poi subito dopo: "e tu vieni con me."

sabato 23 maggio 2015

Correre in rosa: #RacefortheCure

The woman who starts the race is not the same woman who finishes the race.

Roma, 32 gradi: una settimana fa circa e decisamente una temperatura ed un’aria ben diversa da quella che si respira ora mentre vi scrivo.
Uno di quei weekend che anticipa l’estate, quello passato: ad Ostia – Sabaudia - Santa Marinella c'è chi è andato al mare per la prima tintarella.
E poi ci sono stata io che, sveglia presto, viso ancora assonnato, capelli legati in una bella coda alta, cuffiette, stringhe delle scarpette da corsa ben allacciate, lasciati a casa borsa e telo da mare, ho deciso di andare al Circo Massimo a correre circondata una marea di palloncini rosa e di donne sorridenti.


Race for the Cure Roma - Photo credits Komen Italia.

I 5 chilometri della Race for the Cure.
Sedicesima edizione.
Una corsa simbolica e di solidarietà periodo la raccolta fondi della Komen Italia  per sostenere la lotta ai tumori del seno.
Nel cuore della mia Roma, passando accanto al Campidoglio, per via dei Fori Imperiali, sotto al Colosseo e poi per le Terme di Caracalla. 
Organizzata a sostegno della ricerca e di tutte le donne che stanno affrontando questa battaglia.

E lo spettacolo vero non è stato per una volta la nostra bellissima Capitale, 
Roma che è il mio grande amore e che ogni volta è un’emozione correre circondata da tanta storia e bellezza tutta insieme, 
ma i sorrisi di un tutte le donne accanto a me: chi correva, chi passeggiava, chi fra amiche, sorelle, chi con i mariti, i fidanzati o i bimbi. 
I sorrisi e le mani strette delle “donne in rosa”, donne che hanno affrontato questa battaglia e che hanno scelto di esserci, per aiutare tutte le altre a capire che si può uscirne vincenti: un fiume rosa di positività e di coraggio.

Ma perché parlarvene ora?
Dopo essere partita domenica scorsa da Roma, dove siamo stati in oltre 60.000, Race for the Cure continua e fa tappa a  Bari (proprio questo weekend 22 - 24 maggio), per arrivare poi a Bologna ed infine a Brescia.
E saranno per ogni tappa tre giorni all’insegna della salute, dello sport e del benessere: stand informativi, prestazioni diagnostiche gratuite, seminari sull’importanza della prevenzione e per chi non corresse, si può infatti partecipare alla passeggiata.
I fondi raccolti, come ogni anno, saranno destinati da Komen Italia all’avvio di nuovi progetti di educazione, prevenzione e cura del tumore del seno, che si andranno ad aggiungere ai 290 già realizzati grazie alle precedenti edizioni di Roma, Bari e Bologna.

E, se tutto ciò non vi avesse già convinte ad andare ad iscrivervi per le prossime tappe,
vi porto la testimonianza delle mie gambe che, pur avendo rinunciato ad una domenica di mare, mi sono ritrovata abbronzate.
Che quelle che temono la prova costume è perché non hanno mai provato i pantaloncini da running.

venerdì 3 aprile 2015

Di Pastiera, di amiche che condividono e di ricette del cuore.

Credo che, a volte, il destino si debba ringraziare.
Quando permette che alcune persone si avvicinino e si accostino alla tua vita ad esempio.
Penso alle mie amiche, quelle anime belle, che sembra proprio il destino abbia deciso di farci incontrare per prenderci per mano. 
Per donarci positività. 
Per sprigionare luce da quei sorrisi condivisi. 
Per regalarci a vicenda quella magia che tutte noi abbiamo dentro.
E la Pastiera è uno di quei dolci che mi fa pensare alle mie amiche.

Perché sì, quella della Pastiera è una ricetta della tradizione (napoletana si dice, che si prepara in buona parte del Sud), ma è anche una di quelle che io chiamo “Ricette del cuore”.

E lo è, per me, perché solitamente la Pastiera ce la gustiamo insieme a Pasquetta senza pensar troppo alle calorie, che c’è sempre tempo per stare a dieta: #magredomaniwannabe.

Lo è perché immancabilmente ogni anno c’è un’amica che ti chiede dritte su come prepararla. 
E che immancabilmente ogni anno spieghi una – due – tre volte, al telefono, via whatsapp, appunti su pezzi di carta, mandi foto dei vari passaggi.
Semplicemente condividiChe credo sia una delle cose più belle che nella vita si possano fare.

E per me lo è perché io stessa la preparai la prima volta da sola basandomi sulla ricetta di un’amica.




Il procedimento per prepararla non è difficile, ma abbastanza lungo.

Vi occorrono, per la Pasta frolla:
– 600 gr di farina 00
– 3 uova
– 200 gr di zucchero
– 200 gr di margarina
– la scorza grattugiata di un limone

Per il ripieno:
– 200 gr di grano cotto (si trova tranquillamente al supermercato, reparto dolci)
– 400 gr di latte parzialmente scremato
– 400 gr di ricotta di pecora
– 300 gr di zucchero
– 150 gr di canditi misti (a scelta)
– 15 gr di margarina
– 15 gr di zucchero (un cucchiaio da tavola circa)
– 5 uova
– 50 gr di acqua di fiori d’arancio
– 2 limoni
– una bustina di vanillina.

Per accorciare il più possibile i tempi, iniziate cuocendo il grano in una casseruola insieme al latte, 15 gr di margarina, un cucchiaio da tavola di zucchero e la vanillina: a fuoco basso per circa mezz’ora, finché il composto non diventa cremoso. 
Lasciate poi raffreddare a temperatura ambiente.




Mentre il grano cuoce, preparate la frolla: mani in pasta, la mia parte preferita.

Due segreti per una pasta frolla perfetta: togliere leggermente in anticipo la margarina dal frigo in modo che sia a temperatura ambiente e lavorare velocemente ed il meno possibile la pasta. 
Unite quindi uova, zucchero, margarina, limone, un pizzico di sale e 500 gr di farina fino ad avere un panetto compatto e liscio.
Un etto circa di farina lasciatelo da parte per aiutarvi quando andrete a stenderla. 
Fate riposare almeno mezz’ora in frigo avvolta in un canovaccio umido o nella pellicola trasparente.

Per il ripieno, invece, prendete due ciotole.
In una montate a neve ben ferma tre albumi, assieme ad un pizzico di sale.
Nell’altra, iniziate a lavorare la ricotta con un cucchiaio di legno o una frusta metallica fino a renderla ben cremosa: aggiungete lo zucchero continuando nello stesso modo.
Volendo questa operazione potrebbe essere fatta col frullatore, ma non ditelo ai napoletani!

Aggiungete quindi cinque tuorli, gli albumi montati a neve, la scorza grattugiata dei limoni, l’acqua di fiori d’arancio, (per chi li ama) i canditi tagliuzzati finemente e. da ultimo, il grano ormai freddo: mescolate il tutto dolcemente fino ad ottenere un composto omogeneo.

A questo punto stendete la vostra pasta frolla e con essa foderate con questa una teglia bassa (24-26 cm circa) che avrete precedentemente unto ed infarinato, avendo cura di tenerne parte per la decorazione.
Riempite con il composto e con la pasta rimanente formate delle striscioline da disporre sopra in forma di griglia.

In forno, preriscaldato, a 150 gradi per almeno 70 minuti.

NB: la Pastiera, una volta cotta, va fatta raffreddare in forno caldo ed aperto ed infine spolverata di zucchero a velo.




E’ un dolce che richiede tempo [tradizionalmente si prepara in anticipo e si lascia riposare almeno un paio di giorni, a temperatura ambiente, per far amalgamare sapori ed aromi al meglio], motivo per il quale credo sia perfetto da preparare insieme.

Se poi siete di quelle fortunate ed avete tante amiche accanto, vi basterà raddoppiare le dosi!
Godetevela [in famiglia, fra amiche ed innamorati] ed auguri di Buona Pasqua!

domenica 8 marzo 2015

Sembra sia impopolare, ma a me il profumo di mimosa piace. E pure tanto.



Alle ragazze che, come dice Bennato, "fanno grandi sogni, forse peccano di ingenuità, ma l'audacia le riscatta sempre. Non le fa crollare mai."

A donne che hanno lottato e che lottano.
Che sia stato per il diritto al voto, il divorzio, la 194.
Per la propria libertà. A Kobane.
Contro un burqa, un matrimonio imposto, un apprezzamento non richiesto.
O semplicemente per la propria dignità.

Alle donne, quelle caparbie al punto tale che se qualcuno si permette di dire loro che non possono fare qualcosa, prima ottengono risultati superlativi e poi se ne vanno sculettando.

A quelle che vedo buttarsi via dietro ad uomini banali, che se avessero passato tutto quello stesso tempo a studiare ora sarebbero ricercatrici al Cern.
Alle quali non posso far altro che dare sempre la mia più sincera opinione con tutto il tatto e la mia sensibilità di cui sono capace.
Amiche che devo lasciar sbagliare.
Ed esserci  poi per loro, #carboidratoviolento che scaccia via ogni pensiero alla mano.
Come loro hanno fatto per me.

Alle donne che spesso sono insicure ed hanno paura, ma poi trovano sempre il coraggio di fare tutto.

A quelle cresciute a Pane&Baglioni, che la loro indole romantica nessuna delusione d'amore potrà togliergliela mai.

Alle mamme [che credo l'essere biologicamente predisposte ad esserlo sia uno dei motivi per cui sappiamo essere realmente multitasking e per cui ci è stato dato un corpo con mille e una sensazioni dentro].
Di figli maschi, che cercano di educarli al rispetto (ed alla galanteria, che non guasta mai) nei confronti delle donne.
Di figlie femmine, che cercano di fare altrettanto. Al riguardo per sé stesse, della propria opinione e degli altri in senso lato.
Che il rispetto non ha sesso.




A quelle che si fanno belle per un uomo e già così gli han detto tutto.
Che se solo si guardassero realmente allo specchio, vedendo ciò che sono e non quello che gli altri fanno credere loro, sarebbero felici.

A quelle che c'è una pornostar in ognuna di noi. 
Basta solo incontrare quello giusto.
Che la morale fatta dalle donne sulle altre donne ha ancor più del ridicolo.

Alle metereopatiche.
Una giornata di sole e noi siamo felici. E, che come dice Liga, lo sappiamo prima quand'è primavera.

Alle donne che riescono ancora ad arrossire.
Che Dio, o chi per lui, le conservi.

A tutte noi, che l'invidia del pene che ci viene quando siamo nei bagni pubblici e ci tocca fare lo squat piuttosto che appoggiarci, né Freud né nessun altro uomo potrà mai immaginarsela.
Figuriamoci! A loro basta tirare giù una zip.

Ma anche a tutte quelle che se una non sceglie figli e/o matrimonio, "non sarai mai una donna vera."
Insieme a quelle che danno della "Bocca di Rosa" a tutte le altre, che usano termini come "casalinga", "menopausa", "zitella" come offese, che non si rendono conto che utilizzare insulti maschilisti non le rende migliori.
A quelle che stasera andranno a strapparsi i capelli in gruppo di fronte a qualche sedicente "maschione" della situazione.
Ed a quelle che si indignano per l'infibulazione, ma non riescono a gioire per il successo di una collega.
E poi ti aggiungono nel gruppo Whatsapp "Buon 8 marzo".
A tutte voi, un lungo discorsetto lo farei.
A parte.

Alle donne, tutte, auguro di essere sempre come Eva che, invece di scegliere la cosa "giusta", ha avuto l'ardire di farsi tentare dalla conoscenza e dalla consapevolezza. 
Che non a caso sono parole al femminile.

mercoledì 4 marzo 2015

#TOTHINKPOSITIVE

"To think positive": ci pensavo ieri al significato di quest'espressione.
In una giornata di sole, fra un semaforo e l'altro nella mia Roma e senza dover stare a scomodare grandi teorie psico-filosofiche:

#Tothinkpositive è stare a dieta. Quella che non inizia il lunedì e nella quale manca il mio tanto caro tè verde detox.
E' la dieta dalle persone negative e gelose. Dalle meschinità, le ripicche, le invidie.
Da chi mi toglie il sorriso.


#Tothinkpositive è riflettere sulle consistenti scoperte che ad un certo punto nella vita si fanno: il tempo non va perso a fare cose che non ci va di fare. Per parafrasare Geppe.

E fare uno sforzo, nostro, per applicare questa scoperta.
Perché il tempo, l'ora, il presente, credo sia quanto di più prezioso abbiamo.
Ed un futuro felice non può che basarsi sulla consapevolezza, di testa e di cuore, di oggi.



#Tothinkpositive è riallacciarsi le scarpette da corsa dopo essersi spaventate.

In una mattina di marzo.
E prendersi poi il tempo di respirare, dirsi e sentirsi dire "andrà meglio".
E crederci. Un chilometro dopo l'altro. Con Baglioni che mi canta Via nelle cuffiette.
La serenità a rota.
Ed io sempre divisa fra il #borntorunmachi ed #agiugnopiùsederecheanima.

#Tothinkpositive sono gli atti di fede: quelli ai quali solo noi donne a volte siamo in grado di affidarci. E la leggerezza d'animo che serve per compierli.
Sapendo che a volte ci crederemo con tutte noi stesse, anche raccontandoci una bugia, ma il nostro rimaner loro fedeli è già aver vinto la scommessa.


#Tothinkpositive è vestirsi sempre come se andassi ad incontrare il tuo peggior nemico.

Senza mai farsi mancare il rossetto rosso. 
Che almeno alle difficoltà gli si fa il nostro sorriso più bello.


#Tothinkpositive è credere e sostenere e dire a voce alta che il cuore non stona mai, ma cambia semplicemente ritmo.
E sta a noi decidere di assecondarlo. Per non perdersi.

E' accettare che a volte siamo schiavi del caso, delle congiunture, dell'amore.
Anche di quello fatto male.
E che spesso un ricordo è solo una nostalgia. Che ce l'ha fatta a sopravvivere nonostante i tuoi svariati tentativi di soffocamento.

#Tothinkpositive è il primo albero di mimosa in fiore che ho visto a Roma.
In una mattinata di pioggia, dopo un fallimento.
Che anche i fallimenti, credo, hanno una loro ragione di essere, se presi come punto di partenza per andare avanti. Mai indietro, sempre in gara con noi stesse.





#Tothinkpositive è la radio che mentre stai guidando ti passa la canzone perfetta, in una strana forma di telepatia che in confronto gli "scelti per te" di Spotify sono fuffa.

E tu non puoi far altro che abbassare un po' il finestrino ed alzare il volume.
Che come facciate voialtri a guidare - ed un po' anche a vivere - senza alzare il volume al massimo, ancora non mi è dato saperlo. 



#Tothinkpositive è il sentirsi dire da un'amica: "mi hai fatto ridere con le tue parole scritte".
Che non c'è niente di più bello che regalare una risata ed un sorriso. Specie a chi vuoi bene.
Ed è il rendersi conto che, checché se ne dica della #friendzone, io ho amici speciali.
Ai quali posso anche sbagliare a scegliere la torta di compleanno presentandomi con quella che loro odiano (true story ahimè, sono ancora in debito di un profitterol per questo), ma che sanno sempre donarmi dosi di sostegno inaspettate.
E di abbracci. E di brindisi. E qualche "beato chi te se prende a te" a random.

#Tothinkpositive è saper dire grazie.
A chi ti ascolta: chi per un pomeriggio e chi per un weekend intero.
Cazziandoti un poco, ma sostenendoti sempre. In tutta la tua pesantezza a volte.
E a chi ti consiglia, nonostante poi sa che farai di testa tua da brava testarda.
Che se non avete mai fatto sorridere una donna, mentre sta piangendo, allora non sapete cosa significa essere straordinari.
Ed io qualche uomo straordinario posso dire di averlo incontrato.

#Tothinkpositive è saper essere auto-ironiche.
Di quell'autoironia che rende sexy.
Ridere di te stessa e riderne con gli altri, che permettono di ricordarsi che ogni tanto fa bene guardarsi da fuori e scuotere la testa con un mezzo sorriso.

#Tothinkpositive è sapersi intestardire e dire NO a situazioni che non senti tue.
A relazioni che sarebbero tarpate di emozioni in partenza.
A chi non sa immedesimarsi, a chi ti vorrebbe a giorni alterni.
E' saper dire "sai che c'è: io mi merito di più.".
Che a volte il famoso "il problema non sei tu: sono io" è un attimo che si ribalta.
E' anche distribuire - due di picche - agli uomini banali, in pratica.


#Tothinkpositive è avere insomma, a volte, lo stesso coraggio e lo stesso menefreghismo e lo stesso spirito alla #maandatevenepuretuttiafaculociaone del calzino che decide di farsi una nuova vita, una volta entrato nella lavatrice. 

venerdì 20 febbraio 2015

Di muffins, di cioccolato e d'amore. As usual.

Mentre sei alla ricerca della ricetta per i muffins al cioccolato perfetti, di quelli alti e soffici che sono una gioia solo a guardarli, avete presente?!, capita anche di mettersi a riflettere sul rapporto che le donne hanno con la cucina.
Perché si sa, ogni donna è diversa, in una miriade di piccole cose, noi per prime ne siamo convinte, e la cucina è una di quelle.

Escluse le nonne, che quello che toccano loro, anche fosse la più semplice pasta burro e parmigiano, diventa un'opera culinaria di rilevanza artistica, potremmo individuare almeno tre categorie di donne in cucina.

A partire dalle principesse, l'anti-cucina per eccellenza.
Quelle che - figurati se io metto a cucinare: da me non avrai neanche un uovo al tegamino avrai - ; ma che poi, guarda il caso, a mangiare sono bravissime.
Da leggersi anche come: - io vado servita e riverita e neanche un grazie ti dirò - che, a parer mio, sarebbero da ricambiare con una bella lavata di piatti. Cenerentola insegna.


All'opposto ci sono le immancabili casalinghe super-perfette, quelle che di Bree Van de Kamp hanno fatto il proprio modello, che la spesa si fa rigorosamente con i tacchi a spillo e deliziano i loro ospiti alternando falsa modestia per i propri piatti a momenti tali di egocentrismo culinario che Benedetta Parodi levati proprio!
- Io sono super-brava e scordati proprio che ti svelo i miei segreti - è il loro motto.


E poi ci sono quelle curiose, che a volte fanno dei gran pasticci, che ci provano: perché mettersi ad impastare, magari sporcandosi anche un po', rilassa. Provateci.
Ed è sempre creatività. Cosa bella per eccellenza.
Quelle che, dicono che le torte facciano ingrassare, ma anche solo per l'odore di mele misto cannella vale la pena di farle. E che importanza ha se per un venerdì sera ci si perde una serata in giro per locali.
Quelle che osservano, assaggiano e giocano, che cucinano per la voglia di farlo e non per il risultato, o almeno non solo.
Quelle che amano il confronto, che si scambiano le ricette con le amiche e se le fanno scrivere sul quadernone dalle nonne e poi ne aggiungono ancora altre, proprie, quelle che provano, che le ispirano e che vorrebbero provare.
Quelle che quando ci tengono ad un uomo e sanno che lui è un goloso di tiramisù, glielo preparano, così a sorpresa, che per loro è già un atto d'amore.

E l'amore, credo, è fatto anche di prove e di errori.
E, soprattutto, non si offre a tutti.



(photo - weheartit.com)

martedì 17 febbraio 2015

Del perché non andrò a vedere Cinquanta Sfumature di grigio.



Partiamo dal presupposto che io il libro l'ho letto. 
A fatica, annoiandomi tremendamente, passando fra stadi di insofferenza e fastidio nei confronti dei due protagonisti, ma l'ho letto.

In breve, prendete una donna senza carattere: Anastasia Steele, detta Ana.
Lei è così figa, ma così figa, che tutti spasimano e sospirano per lei, ma tanto timida e svampita da non accorgersene e soprattutto dal non aver mai visto un uomo.
Vergine, nel senso più completo del termine.
Di uomini, ma anche di vita sembra: infatti prima del lui della situazione sembra non averne una. E poi con lui, a quel poco che aveva ci rinuncia.
Una che vive in ballerine, è sciatta, ha uno scarso senso dell'igiene (ma tranquilli che ci pensa lui a ricordarglielo) e non ha mai visto un'estetista. Che va bene essere acqua e sapone ed un po' naif, ma qua si esagera.
Praticamente la versione non vampiresca di Bella Swan (non a caso Cinquanta sfumature fu inizialmente sviluppato come serie di fan fiction di Twilight e vi posso garantire che in confronto, Twilight è Dickens).
Stessa insofferenza, stessa voglia di vivere non pervenuta, stessa inconsapevolezza del suo irresistibile fascino: che almeno per Bella era giustificato dal fatto che il suo sangue risulta appetibile al signor vampiro Edward Cullen, nel caso di Ana giustificazioni reali non ne abbiamo.
Insomma, per dirla con un hashtag: #teamgattemorte

Accostate questa donna ad un uomo pieno di sé, con un'indole da appiccicoso-stalker-megalomane.
Ricco e dirigente di una grande azienda, ma che ha abbastanza tempo per controllarle tutte le email/incontri/chiamate, decidere quanto e come debba mangiare, organizzarle visite dal ginecologo (scegliendo lui per lei il metodo contraccettivo da usare. E già solo per questo i brividi) e per circuirla con regali costosi, sempre e solo scelti a suo gusto. 
Di lui ovviamente.
Che scusate quale uomo degno di questo nome non le regala un'Audi?! E poi non la porta a cena con l'elicottero?! Oh le basi!

Un uomo la cui frase ad effetto è "Io non faccio l'amore, io fotto. Senza pietà". Cioè, vi prego.
E a me che invece piace così tanto come suona "fare l'amore" può stare simpatico uno così? 
Non può.



Ora, penserete che con dei personaggi del genere almeno la trama abbia un qualcosa di avvincente o originale per spiegare tutto questo successo prima editoriale e poi cinematografico.
E invece no.
Si passa essenzialmente dal punto A al punto B.
Non ci sono personaggi secondari che abbiano un qualche carattere.
Non c'è un discorso che non verta intorno al sesso.
Non c'è una storia d'amore.
Non c'è un rapporto che si possa definire sano.

Ma non è tanto il poco spessore della storia che mi fa sconsigliare libro, film e tutto il baraccone che ci sta intorno, quanto piuttosto il suo essere profondamente diseducativo.

E questo non per il discorso delle pratiche sessuali preferite di lui,  nel quale non sto ad addentrarmi che ne è pieno l'Internet di articoli che spiegano quanto la raffigurazione che qui ne viene data sia totalmente superficiale, incompleta e deviata dalla realtà, quanto piuttosto per questo voler far passare come romantica questo tipo di vocazione da crocerossina nella quale alle volte le donne cadono.
La vocazione del "Sono pienamente consapevole che lui sia un bastardo, non sto bene con lui, non mi soddisfa, ma io col mio amore lo cambierò" per intenderci.
Solo che non funziona così.
Ci sono uomini che non cambiano.
O quantomeno non cambiano se una donna continua a farsi calpestare nella sua dignità, a sottoporsi a condizioni che non condivide, per quanto innamorata possa essere.



E proporre una storia del genere prima in un libro [che poi non è niente di più che un Harmony, scritto anche in modo tale da essere tremendamente noioso] e poi sul grande schermo come modello di storia pseudo sentimentale allettante, non è qualcosa che condivido: romanticismo e gioia in una relazione sbilanciata e frustrante io non ce li trovo.

Tanto più che il film è uscito a San Valentino ed ha suscitato false speranze in tutti quei poveri fidanzati che si sono prestati ad accompagnare al cinema le proprie donne nella speranza di poter poi prendere spunto per divertirsi insieme a casa e che invece si saranno ritrovati di fronte alle stesse che: "non tirarmi i capelli...così sto scomoda...guarda che mi stai rovinando il mascara...così mi fai male...avvertimi per tempo...non tirare e non spingere!...ma zitto un po', che fai confusione!...questo mi fa schifo...aspetta che così sgualcisci le federe e scombini la disposizione dei cuscini...questo lo fanno solo quelle zoccXXX delle tue ex...così mi lasci il segno...vomito...sai che ho un leggero mal di testa? Mi sa che dormo un po'. Il cane lo porti fuori  tu?".


A questo punto, se non vi fidate di me, fidatevi della mia amica che, da fan della trilogia, era iper-eccitata all'idea di andarlo a vedere e che al mio "Insomma com'è stato Cinquanta sfumature di Grigio?" ha risposto, lapidaria e sintetica: "Una gran cagata. Quei due erano sexy quanto due carote".

NDR: da quel che ho visto sul web, l'unica cosa fatta bene di questo film forse è la fotografia. Ma, insomma, solo per questo ne vale la pena? Per me no.
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