giovedì 25 giugno 2015

Di abbracci in stazione

Le stazioni hanno per me qualcosa di magico.

Mi parlano di inizi, anche quando stanno accogliendo un ritorno.
Perché quando sto partendo l'eccitazione c'è sempre, a prescindere, per l'inevitabile nuova esperienza e per il mio amore per l'essenza stessa del viaggio; ma anche quando torno dal luogo in cui sono partita, quando scendo dal treno e mi ritrovo in un posto familiare, è comunque un inizio.
Non si torna mai gli stessi da un viaggio, c'è sempre qualcosa di nuovo in noi.
A volte quelli che sono diventati già ricordi felici o nuovi rimpianti, a volte solo la nostalgia di ciò che abbiamo lasciato: i luoghi, le persone.
Ogni cambiamento, ogni nuova nostalgia, possono portare positività, non fosse altro che per reazione, e forse è per questo che quando passo in una stazione, in un aeroporto mi sento addosso quella sensazione di positività.

E se capita di mattina presto o di sera tardi, c'è qualcosa di magico: è quasi tangibile.
E' li': tra chi, fra un borsone e una valigia, e le borse anche quelle sotto gli occhi che iniziano a fare capolino sul viso, una telefonata e un libro per ingannare l'attesa, finalmente biglietti alla mano, arriva e parte.
Fa parte di quella magia, anche immaginare il perché quella ragazza o quel signore elegante arrivino o partano, da dove vengano, chi lasciano, da chi tornino, chi semplicemente aspettano.

Ed è proprio chi aspetta l'arrivo di qualcuno che mi piace di più osservare.
Perché, diciamocelo, quanto è più romantico abbracciarsi in stazione!











Alle partenze. 
E ai ritorni. [Che anche quelli ci vogliono.]
Agli uomini che ti dicono: "Io parto" 
e poi subito dopo: "e tu vieni con me."

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