martedì 12 gennaio 2016

Nell'attesa, apprezza i colori.

Dicono che chiusa una porta si apra un portone.
Ed io, che stavolta la porta l'ho chiusa davvero e sbattendola anche, voglio credere che sia così.
E vorrei poter pensare anche qualcosa del tipo "2016 pensaci tu" 
ed affidarmi agli oroscopi, a qualche rimedio miracoloso con la stessa fiducia con cui ci si affida alle diete detox da prima pagina in edicola del tipo meno 3chili in  due giorni
ma se c'è una cosa che questi ultimi anni mi hanno insegnato è che non c'è Capodanno, oroscopo, rimedio detox miracoloso, che tengano: siamo sempre noi a doverci affidare a noi stessi. 
E, se siamo fortunati, a pochi altri.

[Pensieri di un lunedì notte di inizio gennaio.
Venuti così, 
nell'attesa che un portone si (ri-)apra per me, guardando questa foto tutta storta fatta un mesetto fa ad un porta in un vicolo di Lisbona della quale, nonostante fosse tutta scrostata, a me sono piaciuti i colori.
Che sì, io sono una che fa foto alle porte, ai portoni e ai palazzi coi loro androni, interni ed esterni
ed ai tetti pure. 
E non ho mai detto di essere una normale eh.]

lunedì 5 ottobre 2015


Da te, che conoscevi quella che ero, ho imparato che si può amare e poi smettere e che non e' una colpa. 
E bisogna sempre ringraziare chi ci ha insegnato qualcosa, soprattutto perché penso che da imparare io ho ancora tanto tanto.
E io che torno a parlar d'amore, di pezzi di me.


Da te, che ti sei impegnato ogni venerdì per un inverno intero ad organizzarsi per vedermi, ho imparato che se un uomo vuole: ha costanza. Anche se poi quello che vuole e' decisamente discutibile. 
Da te, che sei arrivato nella mia vita alzando gli occhi una sera d'estate, ho imparato che ci si può innamorare anche di uno sguardo, anche sbagliando su ciò che ci dice.
Da te, che abbiamo passato più tempo a litigare che a volerci davvero, ho imparato che anche gli opposti possono attrarsi e poi cercarsi, accannarsi, incontrarsi e ritrovarsi sempre, rivolersi ancora di nuovo e poi rimandarsi a fanculo.
Da te, che sei arrivato solo per scombussolarmi un po' la vita, ho imparato che c'è chi arriva per insegnarti qualcosa di più e farti vedere quello che poteva essere e non e' stato.

[E chissà quanto ancora ci sarà da imparare: pezzi di me, che mancavano da un po'.]




(photo - weheartit.com)

giovedì 20 agosto 2015

Guida semi-seria alle partenze. [comprese quelle da due giorni l'una]




Tra le cose che dovrei imparare prima dei trent'anni (o anche meglio, prima dei ventinove) sulle partenze:

Il beauty da viaggio non può avere, da solo, le dimensioni di una valigia intera.
Senza scuse. Soprattutto se vai al mare: una crema solare non occupa tutto quello spazio.

Trenitalia non è tua amica: per i ritardi e gli incontri discutibili poco ci si può fare, ma il giacchetto anti-aria condizionata da pinguini è uno degli indispensabili per la sopravvivenza.

Il borsone in tessuto morbido è sì capiente, ma non è la borsa di Eta beta.
E va bene improvvisare, ma riempirlo all'ultimo, in un quarto d'ora, non è cosa buona e giusta.

Tre paia di scarpe non sono indispensabili per una settimana fuori,
Figuriamoci per un weekend.
Ma quelle da corsa lo sono sempre.

Idem come sopra per i costumi.





























Staccare da tutto e tutti rilassa, ti fa abbandonare le sindromi da iperconnessione e reperibilità, ma il caricabatterie sarebbe utile ricordarselo: magari.
Che il telefono scarico quando devi avvertire che sei arrivata in stazione ha poca utilità.



Gli indispensabili, 
dovunque tu vada, 
sono solo:

due shorts, l'intimo di pizzo, lo spazzolino, il mascara, una maglietta a righe che fa subito Saint Tropez, anche se la tua meta è più una spiaggia bianca della Croazia che Saint Tropez. 
E poi il felpone chiaro che ti sta lungo sulle maniche e sta bene con tutto.
E un libro, qualcosa da scrivere. 
Un vestitino svolazzante e scarpe da allacciare per correre via.

Il resto è superfluo.


     




In compenso, 
con la consapevolezza che invece ho sempre almeno un costume a pois in borsa di troppo, 
credo che sulla tecnica dei vestiti piegati in rotolini tipo sushi (occupano meno spazio e vi permettono di non ritrovarveli spiegazzati una volta arrivate a destinazione), 
il mix and match  finto improvvisato che: "ma certo che avevo pensato a casa agli abbinamenti!"
ed il fare la vaga con le cuffiette e l'ipod (scarico), pur di non parlare in treno col vicino invadente di turno,

... potrei tenerci un master alla Sapienza.

Photo: theultralinx.com

Photo: www.sundancebeach.com

mercoledì 8 luglio 2015


Due bicchieri di vino. Anche tre. 
Di quello bianco, freddo, come piace a me.
E poi il lungomare.
Fra le barche ormeggiate, che noi le si guardava già pensando alla poesia di scappare in barca a vela, piuttosto che con un last minute a Fiumicino.
Ed un cantante improvvisato che intona un pezzo di Notre Dame De Paris.

Ecco, io serate così le augurerei a tutte.




Photo credits: oxfordproper.tumblr.com

giovedì 25 giugno 2015

Di abbracci in stazione

Le stazioni hanno per me qualcosa di magico.

Mi parlano di inizi, anche quando stanno accogliendo un ritorno.
Perché quando sto partendo l'eccitazione c'è sempre, a prescindere, per l'inevitabile nuova esperienza e per il mio amore per l'essenza stessa del viaggio; ma anche quando torno dal luogo in cui sono partita, quando scendo dal treno e mi ritrovo in un posto familiare, è comunque un inizio.
Non si torna mai gli stessi da un viaggio, c'è sempre qualcosa di nuovo in noi.
A volte quelli che sono diventati già ricordi felici o nuovi rimpianti, a volte solo la nostalgia di ciò che abbiamo lasciato: i luoghi, le persone.
Ogni cambiamento, ogni nuova nostalgia, possono portare positività, non fosse altro che per reazione, e forse è per questo che quando passo in una stazione, in un aeroporto mi sento addosso quella sensazione di positività.

E se capita di mattina presto o di sera tardi, c'è qualcosa di magico: è quasi tangibile.
E' li': tra chi, fra un borsone e una valigia, e le borse anche quelle sotto gli occhi che iniziano a fare capolino sul viso, una telefonata e un libro per ingannare l'attesa, finalmente biglietti alla mano, arriva e parte.
Fa parte di quella magia, anche immaginare il perché quella ragazza o quel signore elegante arrivino o partano, da dove vengano, chi lasciano, da chi tornino, chi semplicemente aspettano.

Ed è proprio chi aspetta l'arrivo di qualcuno che mi piace di più osservare.
Perché, diciamocelo, quanto è più romantico abbracciarsi in stazione!











Alle partenze. 
E ai ritorni. [Che anche quelli ci vogliono.]
Agli uomini che ti dicono: "Io parto" 
e poi subito dopo: "e tu vieni con me."

sabato 23 maggio 2015

Correre in rosa: #RacefortheCure

The woman who starts the race is not the same woman who finishes the race.

Roma, 32 gradi: una settimana fa circa e decisamente una temperatura ed un’aria ben diversa da quella che si respira ora mentre vi scrivo.
Uno di quei weekend che anticipa l’estate, quello passato: ad Ostia – Sabaudia - Santa Marinella c'è chi è andato al mare per la prima tintarella.
E poi ci sono stata io che, sveglia presto, viso ancora assonnato, capelli legati in una bella coda alta, cuffiette, stringhe delle scarpette da corsa ben allacciate, lasciati a casa borsa e telo da mare, ho deciso di andare al Circo Massimo a correre circondata una marea di palloncini rosa e di donne sorridenti.


Race for the Cure Roma - Photo credits Komen Italia.

I 5 chilometri della Race for the Cure.
Sedicesima edizione.
Una corsa simbolica e di solidarietà periodo la raccolta fondi della Komen Italia  per sostenere la lotta ai tumori del seno.
Nel cuore della mia Roma, passando accanto al Campidoglio, per via dei Fori Imperiali, sotto al Colosseo e poi per le Terme di Caracalla. 
Organizzata a sostegno della ricerca e di tutte le donne che stanno affrontando questa battaglia.

E lo spettacolo vero non è stato per una volta la nostra bellissima Capitale, 
Roma che è il mio grande amore e che ogni volta è un’emozione correre circondata da tanta storia e bellezza tutta insieme, 
ma i sorrisi di un tutte le donne accanto a me: chi correva, chi passeggiava, chi fra amiche, sorelle, chi con i mariti, i fidanzati o i bimbi. 
I sorrisi e le mani strette delle “donne in rosa”, donne che hanno affrontato questa battaglia e che hanno scelto di esserci, per aiutare tutte le altre a capire che si può uscirne vincenti: un fiume rosa di positività e di coraggio.

Ma perché parlarvene ora?
Dopo essere partita domenica scorsa da Roma, dove siamo stati in oltre 60.000, Race for the Cure continua e fa tappa a  Bari (proprio questo weekend 22 - 24 maggio), per arrivare poi a Bologna ed infine a Brescia.
E saranno per ogni tappa tre giorni all’insegna della salute, dello sport e del benessere: stand informativi, prestazioni diagnostiche gratuite, seminari sull’importanza della prevenzione e per chi non corresse, si può infatti partecipare alla passeggiata.
I fondi raccolti, come ogni anno, saranno destinati da Komen Italia all’avvio di nuovi progetti di educazione, prevenzione e cura del tumore del seno, che si andranno ad aggiungere ai 290 già realizzati grazie alle precedenti edizioni di Roma, Bari e Bologna.

E, se tutto ciò non vi avesse già convinte ad andare ad iscrivervi per le prossime tappe,
vi porto la testimonianza delle mie gambe che, pur avendo rinunciato ad una domenica di mare, mi sono ritrovata abbronzate.
Che quelle che temono la prova costume è perché non hanno mai provato i pantaloncini da running.

venerdì 3 aprile 2015

Di Pastiera, di amiche che condividono e di ricette del cuore.

Credo che, a volte, il destino si debba ringraziare.
Quando permette che alcune persone si avvicinino e si accostino alla tua vita ad esempio.
Penso alle mie amiche, quelle anime belle, che sembra proprio il destino abbia deciso di farci incontrare per prenderci per mano. 
Per donarci positività. 
Per sprigionare luce da quei sorrisi condivisi. 
Per regalarci a vicenda quella magia che tutte noi abbiamo dentro.
E la Pastiera è uno di quei dolci che mi fa pensare alle mie amiche.

Perché sì, quella della Pastiera è una ricetta della tradizione (napoletana si dice, che si prepara in buona parte del Sud), ma è anche una di quelle che io chiamo “Ricette del cuore”.

E lo è, per me, perché solitamente la Pastiera ce la gustiamo insieme a Pasquetta senza pensar troppo alle calorie, che c’è sempre tempo per stare a dieta: #magredomaniwannabe.

Lo è perché immancabilmente ogni anno c’è un’amica che ti chiede dritte su come prepararla. 
E che immancabilmente ogni anno spieghi una – due – tre volte, al telefono, via whatsapp, appunti su pezzi di carta, mandi foto dei vari passaggi.
Semplicemente condividiChe credo sia una delle cose più belle che nella vita si possano fare.

E per me lo è perché io stessa la preparai la prima volta da sola basandomi sulla ricetta di un’amica.




Il procedimento per prepararla non è difficile, ma abbastanza lungo.

Vi occorrono, per la Pasta frolla:
– 600 gr di farina 00
– 3 uova
– 200 gr di zucchero
– 200 gr di margarina
– la scorza grattugiata di un limone

Per il ripieno:
– 200 gr di grano cotto (si trova tranquillamente al supermercato, reparto dolci)
– 400 gr di latte parzialmente scremato
– 400 gr di ricotta di pecora
– 300 gr di zucchero
– 150 gr di canditi misti (a scelta)
– 15 gr di margarina
– 15 gr di zucchero (un cucchiaio da tavola circa)
– 5 uova
– 50 gr di acqua di fiori d’arancio
– 2 limoni
– una bustina di vanillina.

Per accorciare il più possibile i tempi, iniziate cuocendo il grano in una casseruola insieme al latte, 15 gr di margarina, un cucchiaio da tavola di zucchero e la vanillina: a fuoco basso per circa mezz’ora, finché il composto non diventa cremoso. 
Lasciate poi raffreddare a temperatura ambiente.




Mentre il grano cuoce, preparate la frolla: mani in pasta, la mia parte preferita.

Due segreti per una pasta frolla perfetta: togliere leggermente in anticipo la margarina dal frigo in modo che sia a temperatura ambiente e lavorare velocemente ed il meno possibile la pasta. 
Unite quindi uova, zucchero, margarina, limone, un pizzico di sale e 500 gr di farina fino ad avere un panetto compatto e liscio.
Un etto circa di farina lasciatelo da parte per aiutarvi quando andrete a stenderla. 
Fate riposare almeno mezz’ora in frigo avvolta in un canovaccio umido o nella pellicola trasparente.

Per il ripieno, invece, prendete due ciotole.
In una montate a neve ben ferma tre albumi, assieme ad un pizzico di sale.
Nell’altra, iniziate a lavorare la ricotta con un cucchiaio di legno o una frusta metallica fino a renderla ben cremosa: aggiungete lo zucchero continuando nello stesso modo.
Volendo questa operazione potrebbe essere fatta col frullatore, ma non ditelo ai napoletani!

Aggiungete quindi cinque tuorli, gli albumi montati a neve, la scorza grattugiata dei limoni, l’acqua di fiori d’arancio, (per chi li ama) i canditi tagliuzzati finemente e. da ultimo, il grano ormai freddo: mescolate il tutto dolcemente fino ad ottenere un composto omogeneo.

A questo punto stendete la vostra pasta frolla e con essa foderate con questa una teglia bassa (24-26 cm circa) che avrete precedentemente unto ed infarinato, avendo cura di tenerne parte per la decorazione.
Riempite con il composto e con la pasta rimanente formate delle striscioline da disporre sopra in forma di griglia.

In forno, preriscaldato, a 150 gradi per almeno 70 minuti.

NB: la Pastiera, una volta cotta, va fatta raffreddare in forno caldo ed aperto ed infine spolverata di zucchero a velo.




E’ un dolce che richiede tempo [tradizionalmente si prepara in anticipo e si lascia riposare almeno un paio di giorni, a temperatura ambiente, per far amalgamare sapori ed aromi al meglio], motivo per il quale credo sia perfetto da preparare insieme.

Se poi siete di quelle fortunate ed avete tante amiche accanto, vi basterà raddoppiare le dosi!
Godetevela [in famiglia, fra amiche ed innamorati] ed auguri di Buona Pasqua!
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